lunedì 19 febbraio 2018

Fra mistero e poesia: intervista di Luca Bagatin al musicista Fabio Mengozzi

Fabio Mengozzi, astigiano, classe 1980, è un musicista di fama internazionale che già in passato ho avuto modo di intervistare e della cui musica ho già avuto modo di parlare.
Fabio è un amico conosciuto quasi per caso ormai diversi anni fa, la cui musica è un inno alla gnosi ed alla spiritualità. Musica che si avvale di relazioni matematiche fra le note, attraverso il procedimento caro a Pitagora di trasformare i numeri in note musicali, appunto.
Fabio ha dato alla luce proprio in questi giorni il suo primo disco, "Mistero e poesia", pubblicato da Stradivarius (http://www.stradivarius.it/scheda.php?ID=801157037094500), che si compone di diciotto brani.
Di seguito l'intervista che mi ha concesso in merito.

Luca Bagatin: Come nasce l'idea di questo disco ?
Fabio Mengozzi: Negli ultimi anni ho composto numerosi brani dedicati al mio strumento, il pianoforte. Tuttavia ho destinato ai pubblici concerti solo una parte di essi. Di conseguenza molti brani, nati unicamente dalla mia esigenza interiore, erano rimasti nel cassetto e così ho pensato di selezionare alcuni fra i brani più rappresentativi e riunirli assieme in un'unica pubblicazione discografica.

Luca Bagatin: Qual è il "mistero" celato dietro al titolo del tuo disco ?
Fabio Mengozzi: Un mistero lo è a tutti gli effetti quando non si è in grado di rappresentarlo a parole. Tutti facciamo esperienza del mistero e del Divino, perché sono celati in ogni atomo del creato. Ne è conferma il fatto che l'uomo si pone interrogativi dalla epoche più remote. E fa bene a farlo, anche quando rimane senza risposte.
La musica è un linguaggio particolarmente ineffabile. Non so se sia in grado di disvelare misteri, ma certamente rivolgendosi direttamente alla parte più profonda dell'essere umano, ben si presta a sospingere l'ascoltatore verso lidi incontaminati, inducendo a guardare dentro noi stessi.

Luca Bagatin: La copertina del disco è un'allegoria di simboli legati alla spiritualità ed al mondo onirico. Un faro nel mare, una stella cadente, una sfinge... Mi hai detto di averlo ideato tu. Che cosa vuole rappresentare ?
Fabio Mengozzi: E' opera dell'artista Lia Rinetti, che l'ha fedelmente realizzata in modo mirabile, seguendo l'idea che mi era venuta nel primo mattino di una fredda giornata invernale.
Posto che il soggetto centrale di un disco è e sempre deve essere la musica, mi sono domandato quale potesse essere il contenuto grafico con il quale proporre il disco agli ascoltatori. In fondo, la copertina è il biglietto da visita di un disco. Ho così immaginato di accorpare in un'unica rappresentazione alcuni dei simboli cui si riferiscono i brani del disco. Il tutto è ambientato di notte, senza presenza umana. Una cometa (ndr. il CD contiene un brano intitolato “Cometa nella notte”), che tradizionalmente è considerata un evento astronomico legato al fato, sfavilla in un cielo stellato sul quale si staglia la penetrante luce d'un faro, riferimento al brano “Faro notturno”. Al centro della scena, immobile e possente una Sfinge evoca il senso più alto di sacralità, assoluto e mistero. Si ritrovano anche gli Elementi. A terra un compasso, simbolo di spiritualità, incuneato nella sabbia.

Luca Bagatin: La tua musica è suonata ormai da tempo in tutto il mondo. Come immagini sarà accolto "Mistero e poesia" dal pubblico ?
Fabio Mengozzi: La mia speranza è che le persone, in qualche modo, possano trarre beneficio dall'ascolto della mia musica. Si tratta di una musica “stratificata”, ovvero convivono in essa differenti piani. Spero che in molti vogliano approfondire e addentrarsi oltre il livello più superficiale dell'ascolto.

Luca Bagatin

sabato 17 febbraio 2018

Riflessioni panafricane (alternative al neocolonialismo liberale, allo sfruttamento e all'immigrazione quale fenomeno padronale)

Il fenomeno migratorio, nei secoli, è servito sempre ai potenti per depotenziare gli oppressi.
"La tua terra è feccia, povera, vai via" nel mentre loro saccheggiano tesori e dignità, salvo schiavizzare l'indigeno nei loro Paesi.
L'immigrazione era prima un'arma dei coloni, oggi del capitalismo coloniale.
Con in testa il mito dell'emigrazione la nostra lotta non sarebbe mai nata.
Una volta una suora belga mi chiese "perché ti curi tanto della tua terra?"
"Per non lasciare che siate solo voi a curarvene"" risposi.



(Samora Machel, ex Presidente socialista del Mozambico indipendente ed eroe panafricano)



"L'imperialismo è un sistema di sfruttamento che si esprime non solo nella forma brutale della conquista armata del territorio. L'imperialismo si presenta spesso in forme più sottili: un prestito, aiuti alimentari, ricatti. Stiamo combattendo questo sistema che consente a un pugno di uomini sulla Terra di governare tutta l'umanità".


(Thomas Sankara, ex Presidente socialista del Burkina Faso ed eroe panafricano)

Questa mattina quando sono uscito di casa ho visto un extracomunitario pulire le strade del quartiere di sua spontanea iniziativa, chiedendo l'elemosina.
Mi ha fatto riflettere.
Mi ha fatto riflettere del fatto che noi uomini bianchi abbiamo costretto queste persone a emigrare dal loro Paese, attraverso guerre e nuove forme di colonizzazione economica. E nel nostro Paese cosa abbiamo fatto ? Abbiamo ridotto la spesa per i servizi pubblici, fra cui quello della nettezza urbana.
Senza rendercene conto stiamo doppiamente sfruttando i più deboli e stiamo abolendo totalmente il pubblico.
L'elemosina e l'immigrazione non dovrebbero proprio esistere. Sono fenomeni di sfruttamento tipici del sistema capitalista e liberale.
Del peggior sistema totalitario odierno, che sembriamo non voler vedere.
C è chi dice che gli immigrati ci pagano le pensioni, ma questo è vero solo perché i politicanti liberali hanno ridotto il ruolo dello Stato nei servizi pubblici. Che infatti vanno a rotoli.
È il liberalismo, bellezza.
Per questo dico più Eurasia e più Africa unite all' Europa e all'America Latina socialiste nella lotta contro il mondialismo liberale ! 


(Luca Bagatin)



(clikka per poterlo leggere) 

mercoledì 14 febbraio 2018

Riflessioni sull'asocialità contemporanea. Articolo di Luca Bagatin

L'Italia è quel Paese in cui da un fatto di cronaca nera, ad esempio, si scrivono fiumi di inchiostro (ormai di pixel). E' quel Paese ove si creano contrapposizioni politiche, unicamente mediatiche e dunque serve del Potere. Di qualsiasi potere. Di destra e di sinistra.Si uccide così ogni possibile pacata discussione. Si innalzano muri. Si richiamano in vita antichi fantasmi. Il dibattito diviene unicamente rabbia da reality show, peggio ancora se tale rabbia si sfoga nelle strade (anzichè fondare le piazze, le strade, i paesi, le città sull'antica e civile Agorà, ovvero sulla discussione pacata, seria, democratica).
E, così, la coscienza collettiva muore. Ancora una volta.
Mi sembra, peraltro, che le persone, oggi, abbiano più facilità ad affibbiare etichette, piuttosto che voler conoscere i propri interlocutori. Preferiscono parlare per stereotipi e pregiudizi. Senza comprendere che ogni essere umano è unico e che ogni aspetto dell'esistente non è interpretabile univocamente.
E' più facile, dunque, giudicare - attraverso il proprio pre-giudizio, ovvero attraverso il proprio personale metro di giudizio - piuttosto che approfondire. E' più facile fare questo, appunto, piuttosto che "fare la fatica" di conoscere chi ha punti di vista differenti o è diverso rispetto a noi stessi.
Siamo isole sociali, ma non sappiamo nemmeno di essere tali. Viviamo in non-luoghi di autoreferenzialità e di asocialità. Diamo la colpa agli altri della nostra condizione (qualsiasi essa sia), ma ci rifiutiamo di analizzare la realtà nella sua globalità e storicità.
Abbiamo venduto i sentimenti. Elevato il denaro ed il successo facile a Divinità assoluta. Ci siamo perduti, senza mai più ritrovarci se non nella virtualità vuota quanto selvaggia.
L'onanismo da "social"network sembra infatti essere protagonista assoluto, in prima linea: con la benedizione dei frustrati, dei sessualmente repressi, dei fondamentalisti ideologici, della pubblicità commerciale, del caravanserraglio gossipparo e mediatico dei bisogni e dei consumi indotti.
Nulla di nuovo. Aspetti già analizzati nel recente passato. Tanto da Pasolini quanto da Christopher Lasch.
Aspetti che riguardano la nostra democrazia, alla quale sembra stiamo volutamente rinunciando senza esserne consapevoli e/o spostando l'attenzione altrove (alle ideologie, al gossip, alla politica delle fazioni...). 

Luca Bagatin

sabato 10 febbraio 2018

"L'Eterno fluire". Poesia di Luca Bagatin

L'Eterno fluire.
Poesia di Luca Bagatin
Foto di Antonio Rodríguez
Modella: María José Peón Márquez

Capelli
neri,
morbidamente fluenti,
con le cui punte tu giochi.
Mentre con i tuoi
occhi,
che penetrano il mio pensiero
mi guardi,
dischiudendo appena
le tue rosse labbra.
Labbra,
che m'invitano a baciarti.
Labbra,
che m'invitano ad amarti.
Labbra,
che m'invitano a perdermi
nei meandri del piacere.
Di quel piacere che ci unisce
e mai ci ferisce.
I tuoi seni sono lo scrigno.
Lo scrigno del tuo cuore.
Lo scrigno del piacere.
Lo scrigno del tuo amore.
Il tuo sguardo mi guida,
laddove la mia anima
sembra perdersi.
Per poi ritrovarsi.
In te.
Da dove nasce la passione ?
Non trovo risposte
alle mie domande
se non
nell'irrazionale
ed irrefrenabile
scintilla che scaturisce
dall'unione perfetta
fra i nostri corpi
e le nostre anime.
Esse sono gemelle ?
A dirlo
sarà solo l'Eterno
fluire
del tempo.

Luca Bagatin

giovedì 8 febbraio 2018

Alain De Benoist: eretico anticapitalista, antirazzista e anticolonialista del nostro tempo. Articolo di Luca Bagatin

Chi contesta il filosofo Alain De Benoist, da sinistra o da destra, semplicemente non l'ha mai letto.
Se l'avesse fatto avrebbe potuto condividerlo o meno, ma sicuramente non avrebbe innalzato assurdi muri, anacronistiche barriere ideologiche o agitato poco democratiche censure.
I saggi e gli studi di De Benoist vertono tutti, come ho avuto modo di scrivere nel recente passato, essendo io un avido lettore delle sue opere, sull'analisi ed il recupero - fra l'altro - del socialismo originario e popolare. Quello di Pierre Leroux e della Prima Internazionale dei Lavoratori.
Ma questo, nell'Italia delle contrapposizioni arcaiche e anacronistiche, dei fascismi/antifascismi, sembra non lo si sappia. Preferendo bersi tutto ciò che il mainstream mediatico-mediocre e politico tende ad offrire.
Alain De Benoist è un critico del capitalismo e del liberalismo e, in questo senso, dell'immigrazione di massa, che danneggia prima di tutto gli immigrati stessi ed i più poveri.
Egli è per il recupero del panafricanismo e delle lotte per l'emancipazione dei popoli africani in Africa, i quali sono stanchi di essere sfruttati dal neocolonialismo.
Tutte cose di cui in Italia poco o niente si parla. E così in Europa. Una Europa autoreferenziale ed ecnomicistica, ancora oggi preda delle politiche della NATO e del Fondo Monetario Internazionale, ove i partiti socialisti sono diventati capitalisti e liberali tanto quanto i partiti della destra, dimenticando la loro funzione originaria di avanguardia delle classi popolari.
Avete mai sentito parlare diffusamente, in Italia e in Europa, ad esempio, delle lotte panafricane di Thomas Sankara, di Patrice Lumumba, di Kwamé Nkrumah, di Nelson Mandela, di Mu'Ammar Gheddafi e, più di recente, di Kemi Séba ? Ne dubito. Sono spesso state soffocate dall'"uomo bianco" in nome del neocolonialismo capitalista.
Nei suoi saggi Alain De Benoist parla anche di questo, così come ne parla l'altrettanto inascoltato Noam Chomsky. Penso ad esempio al suo ultimo, intitolato "Populismo" (da me recensito al seguente link: http://amoreeliberta.blogspot.it/2017/08/populismo-lultimo-saggio-di-alain-de.html), nel quale De Benoist scrive, a proposito della globalizzazione: "La globalizzazione produce molti vincitori tra le élite, ma milioni di perdenti nel popolo, il quale comprende per di più che la globalizzazione economica apre la strada alla globalizzazione culturale, suscitando al tempo stesso nuove frammentazioni".

Ed a proposito dell'immigrazione egli ha affermato giustamente, con autentico spirito socialista e profondamente antirazzista: "L'immigrazione è un fenomeno padronale. Chi critica il capitalismo approvando l'immigrazione, di cui la classe operaia è la prima vittima, farebbe meglio a tacere. Chi critica l'immigrazione restando muto sul capitalismo, dovrebbe fare altrettanto". Ed ancora, criticando i partiti anti-immigrazione: "I partiti politici specializzati nella denuncia anti-immigratoria non sono nient'altro che partiti demagogici piccolo-borghesi, che cercano di capitalizzare sulle paure e sulle miserie del mondo attuale praticando la politica del capro espiatorio. L'esperienza storica ci ha mostrato verso cosa conducono tali flautisti! Bisogna adesso distinguere l'immigrazione e gli immigrati. L'immigrazione è un fenomeno negativo, in quanto è essa stessa il frutto della miseria e della necessità, e i seri problemi che pone sono ben conosciuti. È quindi necessario cercare, se non di sopprimerla, almeno di rimuovere il carattere troppo rapido e troppo massiccio che la caratterizza attualmente. È chiaramente evidente che non risolveremo i problemi del Terzo Mondo invitando i suoi popoli a venire ad installarsi in massa nei paesi occidentali! Nello stesso tempo, bisogna avere uno sguardo più globale dei problemi. Credere che sia l'immigrazione a minacciare principalmente l'identità collettiva del Paese d'accoglienza è un errore. Ciò che minaccia le identità collettiva, è inanzitutto il tipo di esistenza che prevale oggi nei paesi occidentali e che rischia di estendersi progressivamente al mondo intero. Non è colpa degli immigrati se gli Europei non sono più capaci di dare al mondo l'esempio di un modo di vita che sia loro! L'immigrazione, da questo punto di vista, è una conseguenza prima di essere un causa: costituisce un problema perché, di fronte a degli immigrati che hanno spesso saputo conservare le loro tradizioni, gli Occidentali hanno già scelto di rinunciare alle loro.
L'americanizzazione del mondo, l'omogeneità dei modi di produzione e di consumazione, il regno della merce, l'estensione del mercato planetario, l'erosione sistematica delle culture sotto l'effetto della mondializzazione mettono in pericolo l'identità dei popoli molto di più dell'immigrazione"
Proprio su queste tematiche ho intervistato nell'autunno scorso il cineasta, nonché militante panafricano congolese Dany Colin, altro appassionato lettore di De Benoist, la cui intervista potete trovare al sequente link: http://amoreeliberta.blogspot.it/2017/10/europa-e-africa-unite-nella-lotta-conto.html
Le critiche mosse da talune intellighenzie a De Benoist mi ricordano tanto quelle che subì Pier Paolo Pasolini, altro eretico, altro grande socialista originario e popolare, oltre che autentico comunista del nostro tempo. E a quelle che subì il filosofo comunista francese Michel Clouscard, che, con Pasolini e Guy Debord, condivideva la critica alla società dei consumi, a quella dello spettacolo, al liberalismo che tutto mercifica, anche l'amore, che diviene una forma di consumo e mero soddisfacimento di un desiderio (sic !).
Il nemico principale, secondo De Benoist e prima di lui Pasolini, Debord, Clouscard, è dunque il capitalismo, la società dei consumi, l'omologazione monoculturale che genera miseria e sradica i popoli e li rende schiavi del sistema nasci-produci-consuma-crepa.

Questo, a parer mio, non significa essere di destra o di sinistra, ma significa essere amanti della libertà dal bisogno. Essere alla ricerca dell'amore fra tutti gli esseri umani, nel rispetto della propria identità, cultura, modo di essere e di vivere. La ricerca, dunque, di quell'agognata fratellanza universale mai ancora praticata da nessuno nella realtà.
Debbo dire che mi è molto piaciuta la risposta di De Benoist interpellato in questi giorni dal quotidiano italiano "Il Foglio" (https://www.ilfoglio.it/cultura/2018/02/05/news/gli-intello-mettono-il-bavaglio-al-filosofo-di-destra-177173/), a proposito della richiesta di sospensione di una sua recente conferenza in Italia: “Mi pare che ci sia un grosso problema. Non sono membro di nessun partito politico. Sono uno scrittore e un filosofo, specializzato in filosofia politica e nella storia delle idee. Ho pubblicato 110 libri, inclusi tre libri contro il razzismo e la xenofobia, 2000 articoli e fatto più di 700 interviste. Oltre 45 di questi libri sono stati tradotti in Italia. Ma mi sembra abbastanza evidente che le persone che hanno firmato la lettera non hanno la benché minima idea di ciò che ho scritto. Non mi leggono. Hanno chiesto la soppressione della conferenza perché hanno sentito questo o quello, o solo per ragioni collegate alla politica italiana. Questo tipo di persone ha un problema reale con le idee e il free speech. Non sanno che cos’è un dibattito intellettuale (o forse sono semplicemente incapaci di dibattere, a causa delle loro modeste abilità cognitive). In ogni caso è un peccato. La storia recente ha dimostrato che quando uno comincia a impedire le discussioni intellettuali, poi arriva un momento in cui i libri vengono bruciati, poi arriva un altro momento in cui le stesse persone vengono bruciate. È la logica base della caccia alle streghe”.
Il dibattito, l'approfondimento, è cultura. La cultura è confronto. La cultura ed il confronto sono alla base di ogni democrazia. Il confronto e l'approfondimento sono ad ogni modo due aspetti che sembrano mancare nell'epoca dei cosiddetti "social". Che di sociale non hanno davvero nulla, ma sembrano piuttosto fomentare ulteriori divisioni e nuove "isole" di pensiero. Un po' come i media tradizionali, già stigmatizzati da Pasolini.

Luca Bagatin

domenica 4 febbraio 2018

Dio e Popolo, i fondamenti della Repubblica Romana e di ogni Repubblica che si rispetti !

Le vere Repubbliche sono fondate su Dio e sul Popolo, ove l'uno e l'altro sono espressione massima di DEMOCRAZIA SOCIALISTA, SPIRITUALISTA, SENTIMENTALE E REPUBBLICANA.
Dio rappresenta la Divinità che è in tutti gli Esseri, mentre il Popolo rappresenta il fondamento di ogni Democrazia.

(Luca Bagatin)



http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/02/9-febbraio-1849-nasce-lunica-repubblica.html

mercoledì 31 gennaio 2018

"La rivolta delle élite - Il tradimento della democrazia" di Christopher Lasch. Articolo di recensione di Luca Bagatin

Già nel 1994, se non prima, il sociologo statunitense Christopher Lasch individuò - analizzando la società statunitense - una separazione radicale fra le élite al potere e le masse popolari, fra il liberalismo ed un rinnovato populismo.
Di recente, non a caso, la casa editrice Neri Pozza ha rieditato l'ottimo saggio dal titolo "La rivolta delle élite - Il tradimento della democrazia", opera nella quale Lasch individua la crisi profonda della democrazia moderna.
In essa l'autore rileva come le élite liberali siano completamente scollegate dalla realtà e dal lavoro produttivo, il cui legame con esso è unicamente legato al "consumo" e ad una "realtà" parallela fatta di cosmopolitismo fine a sè stesso, di una visione sostanzialmente "turistica" del mondo, ove per "far carriera" occorre spostarsi e gettare alle spalle ogni legame con la propria terra d'origine.
A tale visione, Lasch, contrappone diversamente il populismo originario del People's Party americano ed una visione comunitaria dell'esistente, fondata su valori egualitari, sull'autogoverno e la mutua collaborazione.
E' dunque, secondo Lasch, il declino delle comunità fondate sull'autogoverno che mette in discussione il futuro della democrazia. Esse sono state infatti sostituite da non-luoghi quali ad esempio il "centro commerciale" periferico e le città sono diventate una sorta di bazar ove boutiques e hotel di lusso sono praticamente inaccessibili ai residenti medesimi, alcuni dei quali si rivolgono al crimine organizzato quale "unica via d'accesso al mondo scintillante che viene loro seducentemente presentato come l'incarnazione del sogno americano".
Lasch esalta dunque le comunità di quartiere e la complementarietà fra città e campagna e dunque una visione democratica dell'esistente. Visione democratica, secondo Lasch, assai poco incoraggiata finanche dal giornalismo, il quale, lungi dal fornire spunti di discussione e di dibattito fra le persone della comunità medesima, si limita a diffondere informazioni, con la conseguenza finale che il popolo statunitense - bombardato dall'informazione stessa - rimane sempre più disinformato in quanto non ha spunti di ricerca ed approfondimento. E tutto ciò, rammenta Lasch, in quanto oggi lo scopo principale della stampa è quello di diffondere pubblicità commerciale o comunque promuovere qualsiasi cosa: da un candidato politico ad un prodotto di consumo, senza entrare nel merito delle sue qualità effettive e ciò riduce la possibilità per i cittadini di formarsi una propria opinione personale e di discuterne, come invece dovrebbe avvenire all'interno di una comunità.
Queste, in sostanza, le premesse per una società democratica, che Lasch fa coincidere con una forma di democrazia diretta su larga scala, fondata sulla formazione in luogo dell'informazione, sull'etica della responsabilità, del dovere e su principi di eguaglianza economica, ponendo dei limiti alla ricchezza e all'accumulo tipico delle società capitalistiche.
Christopher Lasch afferma dunque che oggi sono le élite, ovvero i gruppi che controllano il flusso di danaro e dell'informazione, che dettano legge e che controllano la cultura ed i termini del dibattito pubblico e questo non può che essere un vulnus per la democrazia. Le masse hanno così via via perduto interesse per la rivoluzione e la ricerca di emancipazione e si sono uniformate al modello unico borghese, spesso politicamente corretto, ove "i giovani professionisti si sottopongono a un duro, difficile regime di esercizi fisici e di controlli dietetici al fine di esorcizzare la prospettiva della morte - per mantenersi in uno stato di eterna giovinezza, per essere eternamente belli e sposabili - (...)".
In tutto ciò Lasch mette in discussione anche il cosiddetto principio "meritocratico" sul quale si fondano le élite liberali borghesi, affermando che "la meritocrazia è una parodia della democrazia" in quanto essa offre opportunità di avanzamento a chiunque abbia talento, purtuttavia tali opportunità non sono il sostituto di valori quali la civiltà, la cultura e la dignità, che sono il vero fondamento di una democrazia. In questo senso Lasch afferma che le élite meritocratiche non sentono affatto di avere degli obblighi nei confronti della comunità che intendono guidare, ma a loro interessa unicamente apparire diversi rispetto alla massa. Egli conclude dunque che l'unico scopo della meritocrazia delle élite è quello del garantire espansione economica e giudicare le persone unicamente sulla base della loro capacità di produrre. Questo, in sostanza, è il principio sul quale si fonda una società mercificata, mercantilistica e nient'affatto democratica.
"L'aristocrazia del talento", dunque, non è altro che un'ennesima forma di oligarchia.
Christopher Lasch, nel suo saggio, rammenta come i socialisti delle origini e, dunque, i populisti, abbiano sempre considerato l'indipendenza, l'autosufficienza e la capacità di autogoverno attraverso l'assunzione di responsabilità, come l'essenza stessa della democrazia, in polemica contro ogni forma di produzione su larga scala e centralizzazione politica. Egli fa quindi risalire il movimento per i diritti civili alla tradizione populista e rammenta come Martin Luther King ribadiva come i neri dovessero assumersi le proprie responsabilità relativamente alla propria sorte e raccomandava loro laboriosità, sobrietà e sforzo costante per migliorarsi.
Mentre, dunque, la tradizione liberale sostiene che la democrazia può esonerare qualsiasi virtù civica e morale (sdoganando magari aspetti quali l'egoismo), sollevando i cittadini di ogni dovere nei confronti della comunità, quella populista, viceversa, pone l'accento su responsabilità, virtù civica e carattere dei cittadini e ciò al fine di garantire convivenza e democrazia.
La democrazia, secondo Lasch, dunque, necessita di un'etica spiritualmente più stimolante rispetto alla mera "tolleranza" propagandata dai liberali, in quanto la tolleranza è solo l'inizio della democrazia e non il suo fine. Il maggior pericolo per la democrazia, secondo il sociologo statunitense, è dunque non già l'intollerenza, bensì l'indifferenza, il cinismo dilagante e la paralisi morale. Tutti aspetti, peraltro, incentivati dai non-luoghi di cui sopra: dai mezzi di comunicazione di mero intrattenimento e di lavaggio del cervello pubblicitario e dai centri commerciali ove acquistare compulsivamente, i quali hanno soppiantato i bar di quartiere ed i luoghi di socializzazione, di conversazione e di dibattito.
Un tempo erano proprio quelli che Lasch definisce i "posti terzi", i bar, i luoghi di socializzazione, il punto di ritrovo degli intellettuali, dei rivoluzionari, dei giornalisti, degli uomini politici ecc... Erano luoghi nei quali discutere, argomentare, confrontarsi guardandosi negli occhi. Oggi i cosiddetti "social"network stessi, invece, sono il loro esatto opposto e sono l'ennesimo non-luogo, l'ennesimo "centro commerciale" ove masturbare la mente, abbeverarsi di informazioni e pubblicità fini a loro stesse e con l'unico scopo ultimo di indurre le persone al consumo illimitato di contenuti decisi e veicolati dalle élite. Tutti aspetti già previsti e segnalati da Christopher Lasch oltre vent'anni fa, quando internet nemmeno esisteva.
Il mondo reale delle persone si contrappone dunque a quello irreale delle élite, che, siano queste di destra o di sinistra, disprezzano il popolo e lo considerano rozzo e incolto, non permettendo ad esso l'accesso a quegli strumenti necessari alla sua stessa emancipazione ed elevazione.
Populismo e socialismo originario contrapposti a liberalismo e mercantilismo. Responsablità, senso del dovere e dell'onore, socialità e pubblica decenza, contrapposte a consumismo illimitato, deregolamentazione, produttivismo, amoralità, asocialità, mero intrattenimento. Democrazia diretta e autogesionaria contrapposta a democrazia rappresentativa ed elitaria. Democrazia contro oligarchia, in sostanza.
Queste le contrapposizioni messe in luce dall'ottimo saggio di Christpoher Lasch. Attuale oggi più che mai e testo fondamentale per capire il momento presente ed il futuro che ci attende.

Luca Bagatin