venerdì 17 febbraio 2017

Identità sessuale, economia, socialismo, amore e libertà: una risposta a Diego Fusaro. Articolo di Luca Bagatin

Ho stima e sono un lettore del maestro filosofico di Diego Fusaro, ovvero Costanzo Preve. Condivido molte sue tesi anticapitaliste e comunitariste, anche se non totalmente il suo pensiero, non essendo io marxista, ma facente parte della scuola socialista e repubblicana originaria, di ispirazione spirituale, cristiana (non cattolica !), teosofica e umanitaria da Pierre Leroux passando per Mazzini, Garibaldi sino a Evita e Juan Peron, Hugo Chavez e i leaders del Socialismo del XXI secolo.
Ad ogni modo non ho alcun pregiudizio intellettuale nei confronti di Diego Fusaro, come molti, troppi. Preferisco infatti leggerne e approfondirne il pensiero e, semmai, come in questo caso, dire ciò che penso in merito ad alcune sue prese di posizione.
Mi è capitato di leggere su un giornale italiano chiamato “Il Fatto Quotidiano”, un suo articolo (http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/15/transgender-perche-la-nostra-societa-li-santifica/3393324/) nel quale egli parla di “santificazione della figura transgender”. Ora, personalmente non capisco di cosa parli, in quanto del fenomeno transessuale (molto meglio usare un termine italiano comprensibile a tutti, scrivendo, appunto, in lingua italiana) trovo si parli sempre molto poco ed invece trattasi di fenomeno umano e sociale diffuso e del tutto normale e naturale che, come tale, esiste infatti anche nel regno animale (vedasi in merito, fra l'altro, il seguente articolo del compianto amico Peter Boom, che anni fa teneva sul mio vecchio blog una rubrica dedicata alla Pansessualità: http://www.floriterapia.com/ilvolodellasirena/the_theory_of_pansexuality.htm).
Nell'articolo di Diego Fusaro, il filosofo paragona il liberalismo economico al “liberalismo sessuale”, reo, a suo dire, di generare fenomeni che superano il concetto di “limite naturale” e ciò comporterebbe “l'elogio mediatico permanente della figura del transgender”.
Ora, come già scritto, non mi risulta che la figura della persona transessuale sia permanentemente elogiata. E, come la scienza dimostra, le persone transessuali sono perfettamente in linea con i fenomeni naturali.
Nel corso dell'articolo Fusaro parla di “deregulation sessuale” (anche qui, essendo l'articolo pubblicato in Italia, non si capisce perché non parlare di “deregolamentazione”, anziché usare termini anglofoni) e paragona la persona transessuale al migrante ed al precario (sic !).
Davvero una analisi a parer mio incomprensibile in quanto, mentre il precario e il migrante si trovano a vivere una condizione loro imposta dall'avvento del capitalismo assoluto e dalla deregolamentazione dei mercati conseguenza dell'egoismo umano, la persona transessuale si trova a vivere una propria indentità che, come tale, rivendica. E, in un quadro di rivendicazione delle identità/sovranità (aspetti che Fusaro dovrebbe difendere), è più che legittimo che la persona transessuale (così come la persona omosessuale o eterosessuale che sia) rivendichi la sua propria intima, naturale e personale identità sessuale.
Fusaro, nel suo articolo, invece, afferma che l'eterosessualità sarebbe vista come “vetusta” e, secondo dei fantimatici “gender studies” (che immagino si traduca in “studi di genere”), l'eterosessuale sarebbe ridefinito come “cisgender”, che mi risulta essere un neologismo che significherebbe “qualcuno a proprio agio con il genere che gli è assegnato dalla nascita”.
Beh e allora ? Buon per gli eterosessuali. E proprio per questo andrebbero capite quelle persone che non sono a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato alla nascita. Semplicemente costoro si sentono di avere una identità diversa da quella che biologicamente è stata assegnata loro...e allora ? Sempre di identità si tratta e, come tale, va rivendicata, affermata e difesa.
Tutte le identità meritano di essere rivendicate perché rappresentano i colori dell'arcobaleno dell'universo mondo o, meglio, le colonne portanti dell'intera umanità.
Ma ciò non ha nulla a che vedere con l'avvento del capitalismo assoluto, che è fenomeno estraneo alle identità e che è fenomeno imposto e che fa leva sull'egoismo, che è il peggiore dei vizi che un essere umano possa avere e coltivare in quanto porta alla distruzione delle comunità; all'imposizione della propria visione della vita (e dunque della propria identità sulle altre); alla precarizzazione di ogni rapporto, pulsione, pensiero; all'avvento di quella società liquida e “migrante” che proprio Fusaro, erede filosofico di Preve, dovrebbe contribuire a sradicare.
E' qui che non riesco a comprenderne il pensiero e che lo trovo fortemente incoerente.
E trovo che i sostenitori di questa sedicente “teoria gender” dimostrino in realtà quanto sia difficile, in quest'epoca senza ideali, senza memoria storica e senza radici, riconoscere la propria intima identità e riconoscere la bellezza dell'identità altrui. Ovvero il diritto alla differenza, non già alla mescolanza e all'omologazione del pensiero unico di massa (politicamente corretto, massonofobo, omofobo, transofobo, misogino...proprio perché si ha paura – di volta in volta - della Massoneria in quanto portatrice di spirutualità originaria; dell'omosessuale perché diverso tanto quanto il transessuale, che magari può attrarre sessualmente anche un eterosessuale; perché si ha paura delle donne che oggi sono più emancipate...) ma alla differenza, ovvero all'armonia degli spiriti presenti in natura.
E' proprio attraverso il superamento delle ancestrali paure dell'essere umano che, invece, può fondarsi la Civiltà dell'Amore, che è poi un ritorno all'antico Eden, al Divino, all'angelico, che trascende la materia, intesa sia in senso economico che in senso sessuale e carnale.
Ed è qui che, forse, il marxismo, lungi dal rappresentare la via maestra al socialismo originario, ha finito per affiancare il capitalismo, che è materia, sfruttamento e bassi istinti.
La via maestra al socialismo originario, anche questa volta, ci viene insegnata da molti Paesi dell'America Latina del Socialismo del XXI secolo: Argentina, Uruguay, Brasile hanno legalizzato i matrimoni omosessuali; l'Ecuador ha inserito le unioni civili in Costituzione; il Venezuela chavista non è riuscito ad approvare la legge sulle unioni civili voluta da Chavez, ma almeno dal 1999 c'è una legge contro l'omofobia, come in Bolivia; a Cuba si discute da tempo di matrimonio omosessuale.
La via del Cristo, che è poi la via di Krishna, Buddha e di tutti i Grandi Iniziati, che è una via socialista umanitaria, è dunque la via di colui il quale non giudica il prossimo. Ma si limita – e non è poco – ad amarlo e a riconoscerne identità e diritto alla differenza.

Luca Bagatin

Evviva Giordano Bruno che diceva la Verità !


mercoledì 15 febbraio 2017

Alcune poesie d'amore e libertà alle mie muse. Di Luca Bagatin

DESIDERIO
poesia di Luca Bagatin a Maria José

Le mie mani fra i tuoi capelli.
La tua mano sulla mia.
La mia bocca fra le tue labbra.
La tua bocca sulla mia.
I miei occhi si perdono nei tuoi.
I tuoi occhi nei miei.
Le lenzuola avvolgono le tue gambe lisce,
che le mie mani accarezzano,
dolcemente
ma senza pudore.
Desiderio è il tuo nome, Maria.
E il mio è Amore.
 
SOGNO
poesia di Luca Bagatin ad Ale
 
 Poesia serale.
Poesia notturna.
Poesia che si posa laddove una rosa
fiorisce sull'urna.
Nell'urna riposa
qualcosa di antico.
Di antico e passato
e per sempre finito.
Ed io son rapito
dal sogno di te.
E ciò che un tempo era amaro,
dolce ora è.
 
MARIE C.
poesia di Luca Bagatin a Blandine
 
Nei tuoi occhi il cielo e l'inferno.
L'emozione e l'abisso.
Fiero sguardo di Valchiria.

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato dell'Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela



 Il Venezuela condanna le azioni del Governo Statunitense contro il Vicepresidente Tareck El Aissami
REPUBBLICA BOLIVARIANA DEL VENEZUELA
MINISTERO DEL POTERE POPOLARE PER GLI AFFARI ESTERI
COMUNICATO

La Repubblica Bolivariana del Venezuela rifiuta, condanna e protesta contro le decisioni arbitrarie ed extra territoriali prese dall’Ufficio di Controllo dei Beni Stranieri (Office of Foreign Assets Control, OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stai Uniti (USA) nei confronti del Vicepresidente Esecutivo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Tareck El Aissami.
Tali decisioni, volte a legittimare l'esistenza inaccettabile di un diritto imperialista e conferire poteri speciali ad enti del governo degli Stati Uniti, sono illegali e violano apertamente il diritto pubblico internazionale, le istituzioni internazionali e i principi fondamentali che regolano la comunità delle nazioni, come il rispetto dell'uguaglianza sovrana e dell'immunità degli Stati. Inoltre, esse rappresentano una grave aggressione contro il Venezuela.
Tali decisioni risultano offensive nei riguardi di un'alta autorità dello Stato e, senza dubbio, costituiscono un affronto ad un cittadino venezuelano onesto e meritevole. Le accuse mosse contro di lui non hanno alcun fondamento nella realtà, costituiscono una menzogna grottesca e rappresentano un atteggiamento che l'Impero nordamericano è solito utilizzare per aggredire. Tali decisioni, inoltre, formano parte di un complotto internazionale volto a minacciare un’importante autorità istituzionale e ledere l'esercizio delle funzioni della stessa.
L’organo statunitense, che intende governare al di fuori dal suo territorio, agisce impunemente d’accordo con la DEA, agenzia nota per la sua chiara collaborazione con i più importanti cartelli del narcotraffico colombiano e del mondo per la produzione e il traffico di droga. Da quando nel 2005 il Venezuela ha interrotto le sue relazioni con la DEA, il paese è riuscito ad intercettare una media di 55,7 tonnellate di droga l’anno, aumentando del 60% la sua efficienza in questo tipo di operazioni: per questo motivo, l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha riconosciuto il Venezuela come uno dei sei paesi con il più alto numero di sequestri di sostanze stupefacenti in tutto il mondo, oltre ad essere privo di coltivazioni illecite. Il Venezuela è uno dei pochi paesi del continente che ha promulgato una legge per intercettare, invalidare, immobilizzare e detenere gli aerei utilizzati per il traffico internazionale di stupefacenti, realizzando il sequestro di più di un centinaio di velivoli.
Il Vicepresidente Esecutivo della Repubblica Bolivariana del Venezuela è un autorevole esperto criminologo, noto per la sua eccezionale leadership nella gestione della sicurezza pubblica durante la presidenza del Comandante Hugo Chávez e per la sua lotta contro il narcotraffico e il paramilitarismo colombiano: ha consegnato alla giustizia più di 102 capi della droga e arrestato 21 trafficanti di droga, chiedendone l’estradizione dagli Stati Uniti.
Quest’atto illegale internazionale, commesso da un organo governativo statunitense, costituisce un evento senza precedenti nelle nostre relazioni bilaterali. L’Incaricato d’Affari dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela, che ha indirizzato la sua gestione a sovvertire l'ordinamento giuridico e costituzionale del nostro paese, cerca di ossigenare l’opposizione estremista venezuelana, ormai debole e spenta, per attuare un golpe politico contro le istituzioni democratiche venezuelane.
L’obiettivo di questa gravissima aggressione è colpire la sovranità dello Stato venezuelano, violando l’onore, la reputazione, la dignità e i diritti umani del Vicepresidente Tareck El Aissami.
È spiacevole e molto pericoloso che la burocrazia degli Stati Uniti, attraverso una collaborazione illegale con le fazioni estremiste e violente dell'opposizione venezuelana, continui a perpetuare gli errori storici commessi dall'ex Presidente Barack Hussein Obama contro il Venezuela.
Siamo un popolo pacifico, sosteniamo il principio dell’autodeterminazione, del rispetto della sovranità, dell’ordine e del diritto internazionale. Affermiamo, con determinazione, che non abbiamo mai tollerato né tollereremo alcuna aggressione contro il nostro paese, contro il nostro diritto di essere liberi o contro nessun fratello nato in questa terra di uomini e donne degni eredi della gloria di Simón Bolívar e Hugo Chávez.

Caracas, 14 febbraio 2017

Oficina de Prensa
Embajada de la República Bolivariana de Venezuela 
en la República Italiana
Tel: 06.8079797
Fax: 06.8084410
Twitter: @embavenitalia
Facebook: Embajada de la República Bolivariana de Venezuela en Italia

sabato 11 febbraio 2017

Lenin Moreno alla Presidenza dell'Ecuador: per una nuova Rivoluzione Civica. Articolo di Luca Bagatin

Il 19 febbraio prossimo si terranno, in Ecuador, le elezioni presidenziali ed il favorito è il candidato di Alianza Pais (Patria Altiva y Soberana, ovvero Patria Orgogliosa e Sovrana) Lenin Moreno, attuale Vicepresidente del governo presieduto da Rafael Correa.
Rafael Correa, di cui abbiamo peraltro già parlato in altri articoli (http://amoreeliberta.blogspot.it/2015/07/la-revolucion-ciudadana-in-ecuador-ed.html - http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/07/lecuador-della-revolucion-ciudadana-una.html), è l'economista leader della cosiddetta Revolucion Ciudadana, ovvero la rivoluzione civica che ha portato l'Ecuador, dal 2007 ad oggi, a rinegoziare il debito con l'estero; ridurre l'influenza straniera nel territorio (in particolare dei rapaci Stati Uniti d'America); ridurre il tasso di povertà ed analfabetismo e far approvare una Costituzione inclusivista e pienamente democratica che ha fra l'altro riconosciuto i diritti alle coppie di fatto eterosessuali ed omosessuali e superato l'individualismo neoliberista, includendo il diritto all'istruzione pubblica e gratuita per tutti e l'attuazione del modello socio-economico del Buen Vivir, ovvero la costruzione di un'economia popolare e solidale rispettosa dell'ecosistema e dei diritti dei lavoratori.
La Revolucion Ciudedana si inserisce a pieno titolo nel processo del cosiddetto Socialismo del XXI Secolo aperto da Hugo Chavez negli Anni '90 e proseguito con i successi economico-sociali portati avanti da Lula in Brasile, Evo Morales in Bolivia, José Mujica in Uruguay, Daniel Ortega in Nicaragua e nell'Argentina dei coniugi peronisti Nestor e Cristina Kirchner, che hanno gettato le basi – oggi purtroppo minate dall'avvento di governi neo-oligarchici come quello Macri in Argentina e le continue destabilizzazioni economiche ai danni del legittimo governo bolivariano del Venezuela – per un'America Latina libera dal neocolonialismo e dallo sfruttamento.
Rafael Correa, avendo esaurito il suo mandato, lascia il testimone al suo vice Lenin Moreno, ex imprenditore attento ai diritti dei disabili ed egli stesso costretto su una sedia a rotelle dal 1998 a seguito di un colpo di pistola a bruciapelo che lo ferì alle gambe in un tentativo di rapina ai suoi danni.
Lenin Moreno, oltre a presentarsi quale erede politico di Correa e dunque continuatore della Revolucion Ciudadana avviata dal partito di ispirazione socialista e civica Alianza Pais, propone un “piano per tutta la vita”, che garantisca ogni singolo cittadino per tutta la vita: una casa per tutti, soprattutto per i più poveri; un piano di sostegno alla maternità ed al lavoro giovanile attraverso prestiti agevolati; il raddoppio delle pensioni degli anziani; un Paese libero completamente dalla povertà ed investimenti nello sviluppo umano, migliorando ad esempio qualitativamente il servizio sanitario ed i servizi pubblici in generale e costruendo nuove università di studi tecnici, oltre che permettendo a tutti di poter sviluppare al meglio le proprie intrinseche capacità.
Un compito che certamente il candidato Lenin Moreno riuscirà a portare a termine, dimostrando ancora una volta al mondo che, l'Ecuador in particolare e l'America Latina del Socialismo del XXI Secolo in generale, sono l'unico modello sociale e popolare vincente per un mondo più civile, democratico e libero da ogni forma di oppressione. Perché è un modello che segue il cuore ed il sentimento e non il freddo, egoistico e criminale interesse materiale.

Luca Bagatin


giovedì 9 febbraio 2017

Evita Peron e il peronismo. Articoli di Luca Bagatin tratti dal quotidiano nazionale "L'Opinione delle Libertà" (nel video alcuni frammenti della vita di Evita, con in sottofondo la canzone "Maria Eva" di Ignacio Copani)

 

Evita Perón: la Santa
dei “descamisados”

di Luca Bagatin
23 maggio 2015POLITICA
 
Maria Eva Duarte de Perón: per tutti e per sempre Evita. Soprattutto per coloro i quali l’hanno amata. Il popolo dei descamisados in primis. Figlia illegittima di Juana Ibarguren, nata poverissima nel 1919 a Los Toldos, estrema periferia argentina, Evita imparò presto a conoscere le difficoltà della vita e a pagare il prezzo dell’essere poveri nell’Argentina degli anni Trenta. Nel 1936 esordirà in teatro e da allora intraprenderà, pur con scarso successo, la carriera di attrice e, con maggiore successo, negli anni Quaranta, l’attività radiofonica. Solo l’incontro con il generale Juan Domingo Perón (1944) le permetterà di comprendere la sua vera vocazione per la politica e per le attività sociali.
E da allora la sua vita cambierà per sempre, assieme a quella dei suoi descamisados, ovvero i più poveri fra i poveri d’Argentina. Con la vittoria alle elezioni del 1946 di Perón con il 53 per cento dei consensi, Evita si insedierà al ministero del Lavoro e si occuperà di diritti degli anziani, delle donne, dei bambini e, attraverso la Fondazione da lei istituita, si occuperà di assistenza sociale, oltre che occupersi attivamente dei problemi sindacali dei lavoratori argentini, acquistando e dirigendo, fra l’altro, il giornale “Democracia” e fondando il Partito Peronista Femminile. La sua vita fu però di brevissima durata. Evita morì infatti nel 1952, ad appena 33 anni, lasciandoci purtuttavia un documento fondamentale, che racchiude il suo amore per il popolo e per Perón, oltre che il suo testamento politico e spirituale: “La ragione della mia vita”, pubblicato nel 1951 e divenuto poi testo fondamentale nelle scuole dell’obbligo sino all’avvento delle dittature militari (1955), che cacciarono Perón e abolirono il Partito Peronista.
“La ragione della mia vita” è un inno al popolo ed alla dottrina giustizialista avviata da Perón per un’Argentina libera, economicamente giusta e politicamente sovrana attraverso la cooperazione fra il capitale ed il lavoro, in chiave alternativa al capitalismo imperialista ed al comunismo collettivista. Nelle sue pagine, Evita riporta frasi significative, spesso piene di amarezza nei confronti dell’esistenza delle deseguaglianze sociali: “Ricordo nitidamente la tristezza provata nello scoprire che nel mondo c’erano i poveri e i ricchi; e la cosa strana è che non mi addolorava tanto l’esistenza dei poveri quanto il fatto di sapere che, al tempo stesso, esistevano i ricchi”; oppure piene d’amore e sentimento: “... ho capito che non deve essere molto difficile morire per una causa che si ama. O più semplicemente: morire per amore”.
E ancora: “Quando sarà fatta giustizia non ci sarà più nessun povero” e, ricordando una celebre frase di Perón a proposito del messaggio d’amore del Cristo ed al cristianesimo praticato dagli uomini, scrisse: “Non è il cristianesimo ad essere fallito. Sono gli uomini che hanno sbagliato applicandolo male. Il cristianesimo non è ancora stato applicato rettamente dagli uomini perché il mondo non è mai stato giusto... il cristianesimo sarà una realtà quando l’amore regnerà tra gli uomini e tra i popoli; ma l’amore giungerà solo quando gli uomini e i popoli saranno giustizialisti”. La terza parte de “La ragione della mia vita” è invece dedicata alle donne ed al messaggio di emancipazione che Evita vuole loro impartire, denigrando la figura delle “femministe” inglesi, che si fanno uomini per tentare di emanciparsi.
Evita, diversamente, spiega alle donne che non devono affatto rinunciare alla propria femminilità, dolcezza, altruismo, amore per la propria famiglia e quindi all’orgoglio di essere donne. E vorrebbe che le casalinghe ricevessero una retribuzione, pagata da tutti i lavoratori e dalle donne medesime, che consentisse loro di essere economicamente indipendenti dagli uomini e vedessero così ricompensate le faccende domestiche e la cura dei propri figli, perché – ella afferma – la missione delle donne è quella di creare e non di sacrificarsi. In questo senso Evita scrive, nel suo saggio: “Non disprezzo l'uomo, né la sua intelligenza. Mi chiedo però: se in molti luoghi del mondo abbiamo creato insieme famiglie felici, perché non possiamo creare insieme un’umanità felice ? Questo deve essere il nostro obiettivo: guadagnarci il diritto di creare, insieme all’uomo, un’umanità migliore”. E ancora, ella scrive, a proposito degli stereotipi secondo i quali la donna viene dipinta: “... la donna non è vacua, leggera, superficiale, vanitosa... egoista, fatale, romantica (…) la donna autentica si rifugia nelle famiglie del popolo, di cui l’umanità si fa eterna. Questa donna non è esaltata dagli intellettuali. Non ha storia. Non dà ricevimenti. Non gioca a bridge. Non fuma. Non va all’ippodromo. È l'eroina che nessuno conosce. Neppure suo marito. Neppure i suoi figli! Di lei non si dirà mai nulla di raffinato, nulla di spiritoso. Al massimo, dopo che sarà morta, i suoi figli diranno: “Ora ci rendiamo conto di cosa era per noi”.
Parole forti, toccanti, che Evita scrive per descrivere donne come lei, donne del popolo, dimenticate persino dai propri uomini, ma che meritano riscatto. Proprio quel riscatto che lei fornirà loro attraverso il diritto di voto alle donne e con il Partito Peronista Femminile, composto da sole donne ed unito sono da suo marito Perón, l’uomo che ama e che fu una guida per coloro i quali, negli anni precedenti al suo avvento al governo, erano sfruttati dagli oligarchi e dagli imperialisti statunitensi ed europei. Evita Perón, pur non avendo avuto figli ed essendo morta molto giovane, è stata una vera madre per il suo popolo e lo è anche oggi, se pensiamo che la presidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, si ispira lei, come si ispira a lei il Movimiento Evita (www.movimiento-evita.org.ar) vicino ed a sostegno del partito della presidente Kirchner.
Vorremmo concludere questo ricordo di Evita con l’ultima frase del suo testamento al popolo argentino, estremamente toccante e commovente: “Le mie ultime parole sono le stesse del principio: voglio vivere eternamente con Perón e con il mio popolo. Dio mi perdonerà se preferisco restare con loro, perché anche lui è tra gli umili; in ogni descamisado ho sempre visto Dio che mi chiedeva un po damore e non gliel’ho mai negato”.

La dottrina di
Evita e Perón

di Luca Bagatin
28 maggio 2015POLITICA
 
La “Dottrina Peronista”, oltre ad essere il testo fondamentale del peronismo, fu la raccolta principale degli scritti e dei discorsi del presidente e generale Juan Domingo Perón (1895-1974), che governò democraticamente l′Argentina dal 1946 al 1955, prima di essere defenestrato ed esiliato dai regimi dittatoriali successivi.
La Dottrina Peronista, testo pubblicato nel 1947 e poi ripubblicato a più riprese anche dopo il ritorno di Perón in Argentina (1973), dopo il suo esilio forzato ed imposto dai dittatori che lo defenestrarono e durato ben 18 anni, è oggi testo purtroppo di difficile reperibilità nel nostro Paese (ma scaricabile in lingua originale dal sito ufficiale del Partito Giustizialista argentino). Tale testo, che consta di ben 670 pagine nella sue prima edizione, illustra la visione politica, sociale ed umanista di Juan Domingo Perón, il quale fonde in sé dottrine e suggestioni di ispirazione socialista, nazionalista, cristiana ed anarchica, dando così vita ad una nuova dottrina ideale di “terza posizione”, come egli stesso la amava definire, né di destra né di sinistra, che supera tanto la visione capitalista del mondo e dell′economia, che quella tipicamente marxista/comunista.
Già ne “Le venti verità del giustizialismo peronista”, Perón enuncia la sua visione di democrazia, ovvero dichiara che “la vera democrazia è dove il governo fa ciò che il popolo vuole e difende un solo interesse: quello del popolo”, sgomberando così il campo da ogni possibile equivoco su ciò che rappresentava e rappresenta il peronismo, che è stato l′esatto opposto di una dittatura totalitaria ed oligarchica. Per Perón ed il peronismo, esiste una sola classe di individui: quelli che lavorano e che producono, per il bene della nazione e dunque a beneficio del popolo medesimo ed in questo senso promuove - come peraltro fece il nostro Giuseppe Mazzini nel suo “Doveri dell′Uomo” (1860) - l′unione fra capitale e lavoro, ovvero un′alternativa reale al capitalismo, pur senza sfociare nel livellamento collettivista. In questo senso Perón, nella sua “Dottrina”, promuove il ruole del sindacato e del sindacalismo attivo e pone una critica alla società capitalista definendola “né cristiana né civile” ed a quella comunista affermando che l′unico scopo del comunismo è quello di “dominare il popolo” ed è per questo che il suo ideale si riassume nel trinomio: “Vogliamo un′Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana”. Ciò che infatti egli riuscirà ad ottenere durante i suoi dieci anni di governo, realizzando un giusto equilibrio fra diritti degli individui e quelli della comunità.
Pur essendo laico, al punto che durante il suo mandato soppresse l′educazione religiosa nelle scuole, introdusse il divorzio e legalizzò la prostituzione - tutte cose che gli costarono una scomunica da parte del Papa dei cattolici Pio XII - la sua visione rimase sempre cristiana, al punto da enunciarlo nei suoi discorsi, che concorreranno a formare la sua “Dottrina”. Il Presidente Perón riteneva infatti che solo una visione “cristiana e profondamente umanista” potesse contrastare lo sfruttamento dell′uomo sull′uomo tipico del capitalismo ed al contempo lo sfruttamento dell′uomo da parte dello Stato tipico del comunismo, ovvero solo una visione basata sulla “giustizia” e sull′“amore”, valori cardine del giustizialismo peronista, inteso appunto come dottrina di “giustizia sociale” e di “aiuto sociale”. Ridicole poi le accuse mosse a Perón da parte dei suoi nemici di xenofobia o di filo-nazismo, al punto che egli scrisse e dichiarò, l′8 dicembre del 1945: “Non abbiamo pregiudizi razziali. Gli uomini decenti e di buona volontà saranno sempre accolti in questa patria generosa e buona”.
Interessante poi la promozione del cooperativismo da parte della “Dottrina” di Perón, che apriva all′autogestione delle imprese da parte dei lavoratori, oggi una realtà in molti Stati dell′America Latina. In attesa della pubblicazione in lingua italiana di una nuova edizione della Dottrina Peronista, non possiamo non notare delle similitudini fra il pensiero mazziniano e quello peronista. Entrambi di matrice laica e cristiana al contempo. Entrambi di matrice nazionalista nel senso di esaltazione dei valori specifici di ciascuna nazione e di ciascun popolo sovrano. Entrambi rivolti appunto ai popoli, spesso oppressi, tanto dal giogo straniero quanto dagli opposti imperialismi.
Si pensi che fu Perón a definire “Terzo Mondo” i cosiddetti “Paesi non allineati”, invitandoli ad emanciparsi - come aveva fatto l′Argentina - e ad opporsi democraticamente all′oppressione ed all′influenza statunitense e sovietica, così come Mazzini invitò i popoli di tutta Europa a ribellarsi ai loro sovrani e, tanto Perón quanto Mazzini invitarono gli operai, i lavoratori tutti ad associarsi in libere cooperative ed a concorrere alla formazione di una Patria giusta, libera e sovrana. Interessanti tali similitudini e francamente mi stupisce che nessuno storico serio - tranne il sottoscritto che è uno storico per passione, ma non certo un cattedratico - le abbia mai notate. Sarebbe interessante, oggi, viste le similitudini fra Argentina ed Italia, proporre agli studenti dei due Paesi uno studio comparato della “Dottrina Peronista” e dei “Doveri dell’Uomo” mazziniani.
Sono certo che, quantomeno la presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner, erede diretta della tradizione peronista, la quale, assieme al defunto marito Néstor ha – pur fra moltissime difficoltà – risollevato le sorti del suo Paese (riducendo la povertà, la fame e analfabetismo), sarebbe certamente favorevole. E sono parimenti certo che i nostri studenti imparerebbero finalmente e davvero i valori della giustizia, della libertà, della tolleranza e della fratellanza fra i propri simili. Aspetti di cui, mai come oggi, abbiamo urgente necessità.

In memoria della Repubblica Romana, l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto !

In occasione del ricordo della Repubblica Romana nata il 9 febbraio 1849, ripubblichiamo in merito, qui di seguito, due articoli storici di Luca Bagatin, pubblicati l'8 febbraio 2016 ed il 9 febbraio 2008.

A&L


9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai avuto. Articolo di Luca Bagatin dell'8 febbraio 2016


9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.
L'unica Repubblica, avete letto bene. Perché, se per “res publica” intendiamo “cosa pubblica”, ovvero non cosa dei politici, dei partiti, delle banche, dell'economia e delle istituzioni lontane dai cittadini, allora la Repubblica Romana del 1849 è stata in assoluto l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.
Fondata dal Trimumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, la Repubblica Romana, conquistata con il sangue di patrioti e di garibaldini che fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, durò solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi di Napoleone III alleati del Papa. Essa purtuttavia riuscì a dotarsi di una Costituzione avanzatissima per l'epoca, che prevedeva la sovranità del Popolo fondata sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.
Una Repubblica indipendente non solo dal potere religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia. Una Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà poco dopo.
Una Repubblica dimenticata e la cui memoria fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”, fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso fra clericali, comunisti e persino fascisti e che oggi è totalmente serva di logiche internazionali: dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale Europea.
Solo la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele D'Annunzio e Alceste De Ambriis del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino connotando questa nuova impresa di aspetti libertari, anarco-comunisti, erotici e spiritualisti. Si pensi peraltro che la Costituzione della Repubblica di Fiume, ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.
Anche questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di D'Annunzio.
Uno spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e politicanti prezzolati dall'altra.
Mazzini, Saffi, Armellini, i coniugi Garibaldi, D'Annunzio, De Ambriis e molti altri da una parte e i Giolitti, i Nitti, gli Andreotti, i Fanfani, i Togliatti ed oggi i Draghi, i Renzi, le Merkel, gli Hollande e via discorrendo dall'altra.
(Anti)politica nel senso di Alta-politica da una parte e realpolitik nel senso di opportunismo politico affamapoli dall'altra.
La Storia si ripete.
Sveglia ragazze e ragazzi !

Luca Bagatin
 
 Lo spirito della Repubblica Romana per uscire dalla crisi. Articolo di Luca Bagatin del 9 febbraio 2008
 
La Costituzione italiana compie quest'anno 60 anni e per quanto andrebbe oggi modificata per adeguarla ai tempi, ha garantito a noi tutti democrazia e civiltà grazie soprattutto al referendum del 1946 che sancì la procalamazione della Repubblica in Italia.
Il coronamento dei sogni di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, avvenne infatti proprio a molti di distanza dalla loro morte e dopo che l'Italia fu purtroppo martoriata e vilipesa dal fascismo.
Purtuttavia, senza la loro guida politica e le loro battaglie risorgimentali, l'Italia, oggi, sarebbe certamente meno civile e meno democratica.
Per comprenderlo meglio dobbiamo tornare al 9 febbraio del 1849, ovvero quando fu proclamata la Repubblica Romana sotto la guida del Mazzini che ne fu il il propugnatore ed ispiratore politico e grazie al valore militare ed al sangue versato dai garibaldini come Goffredo Mameli e dal popolo romano i cui moti insurrezionali fecero fuggire il Papa Pio IX a Gaeta.
La Repubblica Romana, guidata dal trimunvirato: Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini si dotò immediatamente di una Costituzione liberale la quale, agli Articoli I e II, stabiliva che la sovranità spettasse unicamente al Popolo, il quale si dava per regola tre principi fondamentali: l'eguaglianza, la libertà e la fraternità senza riconoscere alcun privilegio di casta o di titolo nobiliare.
In tutto il Documento si può notare come essa ricalcasse perfettamente i principi della Costituzione democratica degli Stati Uniti d'America redatta alla fine del '700, ovvero quanto gli USA avevano scacciato il tirannico regime monarchico inglese. Inoltre si può notare quanto fosse liberale e tutt'altro che antireligioso lo spirito di tale Costituzione, la quale, all'Articolo VIII dei Principi Fondamentali stabiliva che al Papa sarebbero comunque state concesse tutte le "guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale" e, all'Articolo precedente, si stabiliva la piena libertà religiosa dei cittadini della Repubblica.
Oggi certa storiografia clericale tende a descrivere i risorgimentali mazziniani di allora come dei "briganti atei ed antireligiosi". Nulla di più falso e calunnioso, al punto che lo stesso Giuseppe Mazzini ha sempre fatto riferimento nei suoi scritti e discorsi a Dio, inteso come Divinità universale antidogmatica, al di sopra di ogni Potere costituito.

Nella fattispecie la bandiera della Repubblica Romana: il tricolore verde, bianco e rosso, recava al centro la scritta "Dio e Popolo" (che per molti versi ricorda l'iscrizione posta sul Dollaro statunitense "In God We Trust", adottato circa un secolo dopo, ovvero nel 1956), per rimarcare la fede mazziniana e repubblicana nel Popolo sovrano e nella Divinità Universale (e ciò ci rimanda per moltissimi versi al teismo illuminista e volteriano), la quale non può ritenersi privilegio esclusivo della Chiesa cattolica e del Vaticano.
La Repubblica Romana durò solamente cinque mesi, soffocata nel sangue il 3 luglio 1849, dopo un mese di assedio, dai soldati francesi di Napoleone III alleati con il Papa. Purtuttavia essa fu un evento storico fondamentale e di svolta nelle lotte risorgimentali per l'unità d'Italia nonché per gettare il seme della speranza verso la creazione di uno Stato laico, civile e repubblicano.
Uno Stato libero dall'influenza della Chiesa e di Casa Savoia, entrambe ree di aver gettato gli italiani, specie i popolani e le classi sociali meno abbienti in generale, nel più nero sottosviluppo.
Oggi, a scuola, di tutto ciò si insegna poco o nulla ed è normale che, raggiunta l'età adulta, si sia poco consapevoli non solo della propria storia e quindi delle proprie origini, ma anche dei propri diritti e doveri.
Se, quantomeno nella scuola pubblica, ovvero in quelll'istituzione per la quale i mazziniani si batterono con maggiore tenacia per garantire a tutti l'elevazione intellettuale, morale e spirituale, si studiasse la Costituzione della Repubblica Romana e i "Doveri dell'Uomo" di Giuseppe Mazzini, sono certo che molti giovani comincerebbero a diventare veramente consapevoli del ruolo politico attivo che ricoprono nella società.
La politica italiana di oggi fa veramente ribrezzo e non mi stancherò mai di ripeterlo. La classe politica che siede in Parlamento è, per la maggior parte, totalmente incolta sia sotto il profilo intellettuale che morale.
La Costituzione della Repubblica andrebbe certamente rivista ed adeguata ai tempi, come abbiamo scritto all'inizio di quest'articolo, ma, come farlo con coloro i quali preferiscono fare accordi sottobanco e, di fronte agli elettori, insultarsi a vicenda come fossimo nella più malfamata delle osterie ?
Un'Assemblea Costituente urge, come nel 1946, per uscire dal nuovo fascismo nel quale siamo entrati da un quindicennio a questa parte.
Prima i cittadini-elettori e soprattutto i giovani elettori prenderanno coscienza del proprio ruolo attivo in una democrazia repubblicana e prima usciremo dal pantano nel quale ci siamo cacciati.
Lo spirito della Repubblica Romana non è morto né morirà mai. Vediamo di ricordarcelo e di agire di conseguenza.
Per il bene nostro e dell'Italia intera.
 
 
Luca Bagatin