lunedì 5 settembre 2016

I curdi e la Rivoluzione democratica e libertaria del Rojava. Articolo di Luca Bagatin

Dei curdi non è mai importato poi molto a nessuno, in quanto non sono una lobby economica e, soprattutto, sono sempre stati invisi ai governi antidemocratici della Turchia che mai ebbe uno Stato davvero laico, checché se ne dica. E soprattutto i curdi sono fra i pochi popoli al mondo che conoscono davvero il concetto di democrazia, ovvero di “governo del popolo”. Un concetto che si è perduto forse con la scomparsa delle agorà greche.
Dei curdi parlammo già in un altro articolo nella primavera scorsa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/03/i-curdi-e-la-questione-curda-una-visita.html), dopo una visita che facemmo presso il centro culturale curdo “Ararat” di Roma che, per fortuna, non è stato più chiuso come il Comune di Roma aveva prospettato in un primo tempo.
Parlammo della loro storia e delle loro lotte per la democrazia diretta; parlammo delle loro comuni autogestite e della loro battaglia contro il terrorismo dell'Isis. E raccontammo di come i curdi siano sempre stati sostenuti da un solo grande leader internazionale e rivoluzionario: il Rais libico Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011 “grazie” alle invasioni delle truppe NATO.
E' di pochi giorni fa la notizia che un ragazzo italiano, l'attivista No Tav Davide Grasso, sta combattendo in Siria a fianco delle milizie curde dell''YPG contro l'Isis e invita Renzi a rompere ogni rapporto con la Turchia, la quale – oltre a mantenere un regime di apartheid contro i curdi turchi - non perde occasione per attaccare le truppe dell'YPG.
L'appello di Davide Grasso, lo sappiamo bene, rimarrà probabilmente inascoltato. La Turchia è un Paese ben protetto dal blocco atlantista. Blocco atlantista che, lo sappiamo bene, ha destabilizzato proprio quei Paesi (Libia e Siria in primis) ove oggi l'Isis è fortissimo.
Abbiamo molto da imparare, invece, dai rivoluzionari curdi del YPG, ovvero delle Unità di Protezione del Popolo della regione siriana del Rojava, che, assieme all'YPJ (Unità di Protezione delle Donne) - costituito esclusivamente da donne - ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione libertaria e umanitaria, oltre che comunitaria.
Come mi raccontò Kazim Toptas, coordinatore del centro “Ararat” di Roma, la concezione di vita dei curdi e dei rivoluzionari curdi è fondata sulla libertà di opinione e di partecipazione popolare diretta alle decisioni politiche ed ai processi produttivi, oltre che sul rispetto della laicità e delle varie confessioni e sensibilità religiose del Rojava. I curdi, inoltre, hanno un profondo rispetto per le donne, le quali, oltre ad avere la loro milizia (l'YPJ, appunto), hanno pari diritti rispetto all'uomo e sono equamente rappresentate all'interno delle istituzioni curde.
L'unità fondante delle comunità curde nel Rojava sono le comuni autogestite, che sono il fondamento della vita democratica dei curdi stessi e che sono, per moltissimi versi, ispirate alla Comune di Parigi del 1870 ed ogni comune può essere costituita da un minimo di 30 ad un massimo di 300 persone. Ogni comune è costituita da appositi comitati legati alle varie necessità sociali. Vi sono infatti comitati di difesa, comitati per l'economia, comitati per le donne, comitati di educazione e così via e questi permettono, appunto, ai componenti della comune, di amministrarsi da soli e l'economia della comune è costituita in modo tale che i bisogni di tutti i suoi componenti siano soddisfatti: in pieno spirito solidaristico e fraterno (un muratore provvede alle esigenze edili; un insegnante a quelle educative; un contadino a quelle alimentari e così via).
Una forma di compartecipazione democratica diretta purtroppo sconosciuta nelle nostre sedicenti democrazie occidentali fondate sul capitalismo edonistico ed egoistico e sull'elettoralismo, ovvero sulla delega a colui ed a coloro i quali riescono a prendere più voti, magari grazie al fatto che sono riusciti ad elaborare “slogan pubblicitari” più accattivanti oppure riusciranno a garantire meglio la tal lobby piuttosto che l'altra, che li finanzia e sostiene profumatamente.
I rivoluzionari curdi, in sostanza, sanno davvero che cosa sia la democrazia, ovvero la libertà, che è prima di tutto libertà di gestirsi e di autogestirsi, senza egoismi di sorta.
I rivoluzionari curdi del Rojava, in sostanza, rifiutano l'economia capitalistica pur senza abbracciare il sistema del cosiddetto “socialismo reale” comunista. Non si oppongono all'iniziativa privata, ma prediligono il sistema collettivo e cooperativistico. Il loro Contratto sociale prevede infatti che tutte le ricchezze del del suolo e sottosuolo appartengano alla collettività e così tutte le terre ad unità immobiliari presenti nella regione del Rojava. Lo scopo principale dello sviluppo produttivo è dunque quello di soddisfare i bisogni delle persone e di permettere loro una vita dignitosa.
Anche il diritto legale, nel Rojava, è risolto in ambito comunitario, ovvero all'interno della comunità vengono risolte le varie controversie legali, evitando così il ricorso alle lungaggini dei tribunali ed ogni sanzione ha piuttosto lo scopo di educare, piuttosto che quello di punire o di instillare il senso di vendetta e ciò ha fatto sì che il numero di omicidi e di furti si riducesse drasticamente rispetto al periodo in cui il Rojava era di pertinenza del governo siriano. Pene severe, ad ogni modo, sono previste in casi di omicidio o di violenza sulle donne, le quali sono tenute - nelle comunità curde - nella più alta considerazione.
Questa è, dunque, la Rivoluzione curda del Rojava. Questa è, dunque, la causa dei curdi, che è anche la causa di tutti i sinceri democratici che si oppongono al terrore religioso, politico, economico.
Questa è una causa da diffondere e sostenere affinché il mondo apra gli occhi di fronte ai suoi stessi crimini e comprenda, oltre che abbracci, un approccio diverso. Comunitario ed autogestionario. Ovvero democratico e libertario.

Luca Bagatin

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